Le condizioni dentro i Cas: l’intervista a una ex operatrice

Le condizioni dentro i Cas: l’intervista a una ex operatrice

 

La voce di una ex dipendente della Molise Vacanze s.r.l. racconta la vita nei Cas.

La Molise Vacanze s.r.l. è una azienda specializzata nella gestione di strutture alberghiere e della ristorazione. Tra le altre attività, gestisce Cas – centri di accoglienza straordinaria – nel Centro-Sud. Una gestione che, stando ai racconti e alle informazioni on-line, non segue i fondamentali criteri dell’accoglienza. Un alloggio dignitoso, cibo e cure mediche essenziali, corsi di italiano e di integrazione sono chimere per gli e le ospiti della Molise Vacanze s.r.l.  

Abbiamo parlato con una ex dipendente che ha lavorato nella provincia di Frosinone. Ci siamo fatti raccontare da lei com’è la vita dentro questi centri. Con questa intervista ci siamo concentrati sulle condizioni in cui vivono le persone ospitate. Prossimamente approfondiremo le condizioni lavorative dei professionisti e delle professioniste dell’accoglienza.

 

Mi puoi descrivere i centri di accoglienza che la Molise Vacanze ha in gestione nella provincia di Frosinone?

La Molise Vacanze ha due centri nella nostra provincia, uno a Cassino e l’altro a Roccasecca. Il primo è sorto nel giugno del 2017, il secondo è precedente, di settembre 2016. Entrambi contano 45 persone circa, erano di più ma alcune hanno preferito uscire dall’accoglienza, altre sono state mandate via.

Come sono le strutture? Dove si trovano? Sono adeguate al numero di persone che ospitano?

“Dimora Cassino” è una palazzina di tre piani in affitto in cui vive una comunità mista di uomini e donne, due di queste hanno bambini piccoli. Ogni piano ha un mini appartamento dotato di tre stanze, servizi e ripostiglio. Nel periodo in cui gli sbarchi erano più massicci, tra agosto e settembre 2017, i nuovi arrivati venivano fatti dormire nel ripostiglio. Il Cas dista circa 5 chilometri dal centro: i ragazzi percorrono a piedi la via Casilina per arrivare in città, cosa parecchio pericolosa (la Casilina è una strada statale, n.d.r.).

Il centro di Roccasecca è un ex agriturismo che accoglie uomini adulti. Qui ogni stanza ha il suo bagno, ma le perdite sono all’ordine del giorno e non viene mai fatta la manutenzione. Le camere sono molto piccole e tutte ospitano tre o quattro persone. Non direi che è una struttura adeguata al numero di richiedenti. Il Cas è collocato in una zona di montagna isolata, molto distante dalla parte bassa del paese dove c’è la stazione dei treni e degli autobus.

Le grandi distanze dai centri abitati, oltre a creare situazioni di pericolo, sono contrarie alle norme che vorrebbero i Cas non lontani dai centri abitati.

Come viene gestita l’alimentazione in questi centri? Cosa si mangia?

Il cibo veniva cucinato a Roccasecca per entrambe le strutture da un cuoco assunto dall’azienda. In tutti e due i Cas gli e le ospiti non hanno accesso alla cucina, siamo noi a dare loro i vassoi con il pasto. Le regole guida dell’Unione Europea prevedono un’alimentazione variegata e calibrata sulle abitudini delle comunità di origine e la fornitura di alimenti freschi. Di fatto, i e le richiedenti mangiano tutti i giorni pasta condita con sughi industriali, carne, pesce e verdure sono sempre surgelati. Sul cibo l’azienda tagliava a più non posso: il latte, anche quello per donne incinte e bambini, era allungato con l’acqua. Tutto ciò ha delle ripercussioni sia a livello fisico che psicologico.

Quali sono queste ripercussioni?

Il cambio drastico di alimentazione crea problemi prima di tutto all’arcata dentale. Tanti ragazzi hanno subìto forti mal di denti e talvolta anche estrazioni. A livello psicologico, l’adattamento alla vita in un paese straniero e in un centro d’accoglienza non è facile. Un’alimentazione corretta può sostenere il processo di integrazione, al contrario può contribuire al senso di disorientamento e di non accettazione della nuova condizione.

Come veniva gestita l’assistenza sanitaria dei e delle richiedenti asilo a carico della Molise Vacanze in provincia di Frosinone?

I ragazzi e le ragazze arrivano in questi centri avendo già passato il primo screening sanitario fatto nei centri di prima accoglienza. Noi li portavamo al Consultorio multietnico di Frosinone per un ulteriore controllo e per le cure quotidiane. Lì un assistente sociale, uno psicologo, un medico, un infermiere e un mediatore culturale assistono gratuitamente i e le migranti. Il problema si sollevava quando tornavamo dalle visite. Non potevamo provvedere alle prescrizioni mediche perché non avevamo una cassa sufficiente per le spese sanitarie. Mi ricordo che in ufficio c’era una pila di ricette per visite specialistiche e acquisto medicinali inevase. Spesso i farmaci necessari li abbiamo comprati noi dipendenti di tasca nostra.

Come venivano gestiti i 35 euro giornalieri a testa che l’azienda deve usare per le necessità delle persone che hanno in carico?

Non so esattamente come fossero gestiti i soldi, ma i fondi che arrivavano al centro servivano per tutte le necessità, ed erano scarsi. Mi ricordo che quando una delle ragazze stava per partorire, il direttore della struttura ha fatto richiesta di ulteriori fondi per acquistare il necessario per la nascita e il post-parto. Abbiamo ricevuto qualche decina di euro. L’azienda che gestisce l’accoglienza dovrebbe garantire tutto il necessario in queste situazioni. Il passeggino per il bambino l’ho regalato io perché la Molise Vacanze non lo ha fornito.

Un altro elemento fondamentale che determina l’affidamento dei Cas agli enti privati è l’organizzazione di corsi di italiano e per l’integrazione. Venivano svolti?

Molto raramente. Dato l’insufficiente numero di dipendenti, anche chi aveva un ruolo legato all’integrazione e agli aspetti più relazionali di questo lavoro (assistenza psicologica, mediazione linguistica e culturale n.d.r.) doveva svolgere le mansioni di un operatore semplice: fare gli accompagnamenti sanitari o suddividere e somministrare i pasti. Ciò, oltre a significare un demansionamento di certe figure professionali, ha comportato la quasi totale assenza di attività che andassero oltre la mera sussistenza. Porre le basi per l’integrazione e l’accoglienza era impossibile.

Incontri ancora i ragazzi e le ragazze ospiti dei centri? Cosa ti raccontano?

Sì, ogni tanto li incontro. Da quello che sento i ragazzi sono sempre più abbattuti per la situazione, da cui non vedono vie di uscita. Hanno intentato delle proteste nei mesi scorsi ma non hanno avuto alcun effetto.

Nel dicembre del 2017, i e le richiedenti asilo iniziano delle forme di protesta pubblica in cui denunciano le loro condizioni nei centri di Cassino e Roccasecca. Cercano interlocutori presso il Comune e i Carabinieri di Roccasecca, il Commissariato di Cassino e la Prefettura di Frosinone. C’è stata anche la denuncia alla polizia da parte di un operatore che ha sollevato anche la questione del mancato pagamento degli stipendi ai dipendenti. Tutto è documentato da diversi giornali locali online e siti di informazione. Le proteste sono proseguite anche nel mese di gennaio, quando, secondo un articolo de L’inchiesta quotidiano, il vice questore aggiunto Alessandro Tocco ha «promesso soluzioni in tempi rapidi». Era il 19 gennaio, da quel momento non è stato ancora preso nessun provvedimento. Noi continueremo a seguire la situazione.

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