Illegalità, abusi e ritardi. La vita dentro i Cas
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Illegalità, abusi e ritardi. La vita dentro i Cas

L’intervista a Pierluigi Franchitto, avvocato immigrazionista.

Illegalità, abusi e ritardi burocratici, precarietà economica ed esistenziale. Questo è ciò che aggrava la condizione già difficile dei e delle richiedenti asilo. Come preannunciato nell’articolo precedente, ho avuto modo di parlarne con Pierluigi Franchitto, avvocato immigrazionista che opera a Cassino da anni.  Che ci racconta anche come sono andate le cose con la Molise Vacanze.

Parlare con i professionisti e le professioniste che quotidianamente si confrontano con le problematiche dell’accoglienza migranti è un passaggio importante per comprendere meglio e nel dettaglio cosa accade nei Cas. Ed è anche un primo passo per mettere a fuoco una proposta efficace e sostenibile, sia in termini economici che umani.

Quali sono le tue competenze nell’ambito dell’immigrazione e dell’accoglienza? Quali esperienze hai maturato?

Sono un avvocato immigrazionista. Ho iniziato a lavorare con la prima “emergenza nord Africa”, dieci anni fa. Al tempo seguivo i primi richiedenti asilo che provenivano da Nigeria, Costa d’Avorio, Senegal, Mali, Afghanistan. La definizione “emergenza Nord Africa” definiva la zona di partenza da cui arrivavano in Italia, non il paese di origine. Con i massicci arrivi degli ultimi anni, la mia attività si è spostata su quanto accade nei centri di accoglienza straordinaria, i Cas. In pratica, io non ho rapporti diretti con le cooperative, parlo direttamente con i ragazzi e le ragazze accolti nelle strutture. Quando mi viene segnalata l’apertura di un nuovo centro o qualche problematica specifica, mi faccio raccontare da loro.

Cosa hai compreso dalle interazioni con i richiedenti asilo? Quali sono le loro problematiche?

Interagendo quotidianamente con loro, mi sono reso conto che molti richiedenti asilo non hanno un’idea chiara della propria condizione giuridica. Hanno molta confusione sulla documentazione e sui passaggi legali che li conducono al vaglio della richiesta d’asilo. Arrivano da me con una visione errata, talvolta alimentata da “leggende” che si diffondono. E dalle cooperative non arrivano informazioni chiare. 

Quali obiettivi ti sei posto nel tuo lavoro?

Prima di tutto, cerco di chiarire le loro perplessità, informarli su cosa li aspetta. Dopo circa sei-sette mesi dall’arrivo in Italia (ma in verità possono diventare anche due anni), il richiedente deve presentarsi davanti a una commissione territoriale che esamina la validità della richiesta di asilo. Qui viene chiesto alla persona di raccontare la propria storia, per valutare se emergono elementi sufficienti a giustificare una forma di protezione internazionale. Io li aiuto a verificare le storie, spesso sono inventate, copiate o prese in prestito, a volte comprate. Nella totale assenza di supporto da parte delle cooperative, talvolta gli operatori e operatrici li aiutano a inventarne una credibile. Al contrario, io credo che la chiave fondamentale sia la consapevolezza. Far capire loro cosa stanno facendo, aiutarli a far emergere le vere ragioni della propria partenza. Su questo bisogna aiutarli.

Per quanto riguarda la vita di tutti i giorni, raccolgo le loro lamentele e le “traduco” in termini legali. Fatto questo, invio delle relazioni alle prefetture, dove illustro le mancanze delle cooperative nell’erogazione dei servizi. Generalmente le prefetture vanno a fare dei controlli dopo le mie segnalazioni, ma non ci sono mai stati grandi cambiamenti. Ogni report è accompagnato dalla richiesta di aprire un tavolo tecnico tra Prefettura, ente gestore e me in quanto rappresentante legale dei e delle richiedenti. Non mi è mai giunta risposta su questo punto.

Quali sono le problematiche che riscontri in questo sistema di accoglienza?

Il problema fondamentale è che l’accoglienza dei e delle migranti viene gestita da enti privati. Questi si espandono rapidamente, partono da una provincia e poi arrivano nelle regioni circostanti. Un esempio è la Molise Vacanze (l’azienda di cui abbiamo parlato qui e qui ndr). Partita dalla provincia di Isernia, in pochi anni ha aperto più di venti centri tra Molise, Abruzzo e Lazio.

Il problema è la connivenza, in diversi casi verificata, tra prefetture e cooperative o aziende. Le denunce di illegalità e abusi raramente provocano delle sanzioni per le cooperative, molto più spesso delle revoche per chi ha protestato. La minaccia della revoca è diventata un modo per tenere buoni i ragazzi, per evitare che protestino troppo. In alcuni centri gli operatori favoriscono una parte dei ragazzi per dividerli, magari facendo leva sui differenti gruppi etnici o linguistici. Creando queste microfrazioni evitano che gli e le ospiti dei centri si alleino contro la cooperativa.

Sempre parlando della Molise Vacanze, le proteste degli ultimi mesi, i report da me inviati e l’attenzione dei giornali, non hanno prodotto risultati. Ci è stato riferito che la Molise Vacanze è troppo sotto pressione, e che “bisogna lasciarla lavorare”. Il punto è che le cooperative ospitano molte persone che, se i centri fossero chiusi, le prefetture non saprebbero dove ricollocare. Quindi le prefetture non fanno controlli. Finché il sistema sarà questo, le prefetture non avranno realmente un potere di sorveglianza.

Quali sono le ragioni dei ritardi nella chiamata alla commissione territoriale?

Il problema del ritardo dipende dall’alto numero di persone che ogni commissione deve interrogare. Per esempio, la commissione di Roma si occupa anche dei e delle richiedenti di Frosinone e Latina. Stiamo parlando di grosse cifre e il sistema non si è adeguato a questi numeri. Una persona dovrebbe essere chiamata dopo cinque o sei mesi dopo la stesura del C3 (il C3 è il verbale delle dichiarazioni degli stranieri che chiedono in Italia il riconoscimento dello status di rifugiato ai sensi della Convenzione di Ginevra, ndr). Ma le commissioni si incontrano di rado, così i tempi si allungano di molto.

La compilazione del C3 è un metro di misura per capire se i ritardi sono dolosi. Deve essere redatto dopo poche settimane dallo sbarco, ma capita che alcuni lo ottengano solo dopo mesi. In questi casi, la cooperativa non provvede in modo efficiente perché i ritardi comportano un maggiore guadagno.

Sulla carta, la collocazione dei Cas in piccoli centri abitati è motivata da un modello di accoglienza diffusa. Secondo i sostenitori di questo modello, così si incentiva l’integrazione dei e delle richiedenti sul territorio. Diversi operatori e operatrici dell’accoglienza riportano che in realtà i Cas situati in luoghi isolati rendono difficile raggiungere il centro abitato più vicino e nascondono gli abusi. Qual è la tua opinione?

Ad Altipiani di Arcinazzo, in provincia di Frosinone, c’è un centro. Nella frazione risiedono circa 200 persone, il Cas era abitato da 170 richiedenti (molti di loro hanno lasciato l’accoglienza). I ragazzi e le ragazze vengono “nascosti” nei piccoli centri di provincia. Sono preferiti i paesi sulla linea ferroviaria e autostradale, perché qui gli spostamenti sono agevoli. E anche perché nei paesi che si trovano sulle linee stradali e ferroviarie vivono per lo più pendolari che lavorano nelle grandi città. Qui il tessuto sociale è fratturato, è più difficile che si crei un’opinione pubblica contraria.

Tornando ancora alla Molise Vacanze, il centro di accoglienza di Cassino ci mostra come l’isolamento dei Cas possa sostenere e alimentare la criminalità organizzata. Dimora Cassino è a qualche chilometro dal centro città, ma è a meno di un chilometro dalla via di prostituzione della zona industriale. Le ragazze del centro la possono raggiungere a piedi. Questa è una strada molto trafficata che collega l’autostrada allo stabilimento della FIAT. La principale zona di prostituzione, invece, è l’asse attrezzato, la strada che collega Frosinone a Ferentino dove si sviluppa la zona industriale dell’alto frosinate. L’asse attrezzato non è vicino a Cassino e al Cas della Molise Vacanze. Le ragazze lo raggiungono in autobus o in treno.

Cosa mi puoi dire riguardo la tratta femminile?

Le ragazze vittime di tratta sono nigeriane, è in Nigeria che si è costituita una forte rete di criminalità attorno alla prostituzione e alla tratta femminile. Le giovani arrivano già marchiate dal proprio paese: il più delle volte partecipano a un rito voodoo che le vincola fino a estinzione del debito. Il patto è stipulato direttamente con una donna che le controllerà a distanza. Spesso le ragazze non ne conoscono il nome, la chiamano semplicemente “madame”. Una volta arrivate in Italia, queste ragazze sono considerate merce di un certo valore quindi tenute sotto stretto controllo. Quando sono qui completano il rito con la madame che le aspetta. Completato il rito iniziano a lavorare. I termini da rispettare sono l’estinzione del debito contratto per arrivare in Europa. In più pagano vitto e alloggio mensile alla propria madame (sono circa 200 euro al mese). Ogni mese scrivono su un foglio l’ammontare del debito e poi lo bruciano. Così il patto si rinnova.

I soldi che devono essere inviati alla madame in Nigeria, vengono portati in negozi in cui lavorano persone collegate alla rete. Questi contatti avvisano chi di dovere in Nigeria, dove viene pagata la madame. In questo modo non c’è tracciabilità dei movimenti di denaro.

La credenza della ritualità voodoo è molto forte, per questa ragione è difficile avvicinare le vittime di tratta. Secondo il rito, denunciando la madame le ragazze impazzirebbero e i loro parenti morirebbero. A volte si riesce a conquistare la loro fiducia, a farle uscire dalla mentalità legata alla superstizione. Ma capita raramente.

Il 9 marzo scorso l’autorità spirituale dello stato di Edo, parte della repubblica federale della Nigeria, ha revocato le maledizioni collegate a questi riti. In questo modo, ha sciolto i vincoli basati su questi patti. Questa azione è considerata da più parti storica. Le ragazze denunciano gli abusi dopo l’editto?

Sì, alcune hanno smesso di avere paura e si sono avvicinate a me e altre persone impegnate nella lotta alla tratta per parlare. Cerchiamo di collocarle in strutture protette per tenerle lontane dai loro aguzzini. Ma questi centri sono già sovraccarichi.

Qual è la situazione della tratta nella zona del frosinate?

In un primo momento ho osservato che il territorio del basso Lazio (dove si colloca geograficamente Cassino, ndr) e dell’alto casertano erano enormi quartieri dormitorio. Qui alloggiavano le ragazze che avevano la madame di riferimento e si prostituivano tra Caserta e Roma.

Al momento la situazione generale è cambiata. Il traffico umano e il mercato della prostituzione in provincia di Caserta è stato in gran parte riconosciuto e smantellato dalle autorità. Per questa ragione, molte madame sono salite nella zona di Frosinone. Come dicevo, due principali zone di prostituzione sono situate proprio nella zona industriale di Cassino.

Quando le ragazze arrivano in Italia, entrano immediatamente in contatto con la madame. Generalmente viene chiesto loro di lasciare il centro di accoglienza il prima possibile per entrare in clandestinità. Ma non è raro che rimangano a vivere nei Cas. Per quelle che escono, sono le madame stesse che si occupano dei loro documenti. Ovviamente ci sono ragazze che dopo due anni sono ancora senza permesso di soggiorno, quindi sono più ricattabili. Ed è ormai accertato che c’è un mercato delle dichiarazioni di ospitalità. Per quelle che vivono nei centri di accoglienza e lavorano in strada, non c’è nessun controllo o tutela da parte delle cooperative.

Non capisco, chi vive nei centri di accoglienza ha degli orari di rientro serale piuttosto rigidi. Come fanno queste ragazze a rimanere in strada nelle ore della notte?

In questa zona la prostituzione è sia diurna che pomeridiana e serale, non c’è il problema del rientro a tarda notte.  Comunque, le ragazze tornano verso le 23. Anche se è dopo l’orario di rientro imposto (nella maggior parte dei casi fissato alle 21 ndr), in molti Cas il controllo non è così rigido. Gli operatori sono tenuti a segnalare solo chi si assenta per più di tre giorni consecutivi.

Mi puoi spiegare di cosa si tratta quando parli del mercato delle dichiarazioni di ospitalità?

Per rinnovare il permesso di soggiorno è necessario presentare in questura una dichiarazione di residenza. Le cooperative provvedono ai documenti di chi vive nei centri di accoglienza. Per chi è fuori, spesso non è facile avere dei contratti di affitto a proprio nome. C’è chi è ospite di amici e connazionali, chi vive in strada e chi, come le ragazze vittime di tratta, non può dichiarare il luogo in cui vive. Per tutti e tutte loro, dei connazionali si “offrono” di firmare una dichiarazione di ospitalità falsa. Generalmente costa 400 euro.

Ho incontrato per lo più nigeriani, ghanesi, pakistani, bengalesi che vivono questi drammi. Sono nuove forme di delinquenza e sopraffazione di poveri su poveri. Una criminalità che nasce dall’estrema necessità, dove non ci sono risposte istituzionali. Per quanto riguarda le ragazze vittime di tratta, ne ho conosciuta una che si è accorta che la madame aveva intestato il contratto di affitto a suo nome. In questo modo, la madame scompariva dai documenti.

Parliamo della Molise Vacanze, la società che, in tema di accoglienza, è saltata da tempo alle cronache e di cui ho parlato con diversi ex dipendenti.

La Molise Vacanze è una s.r.l. che nasce nel 2014. L’attività prevalente dell’impresa è la gestione di alberghi, bar e ristoranti. Nel 2017 viene rilevata dalla Gestione Orizzonti s.r.l. (la precedente proprietà era della Marconi Holdings s.r.l.). Da quando è entrata nel business dell’accoglienza i suoi numeri sono scoppiati. Nel 2014 il suo valore di produzione era di 61.986 € e i ricavi fissati a 1.782 €. Nel 2016 il valore di produzione è passato a 1.748.611 € mentre i ricavi a 1.709.805 €.

Hai rilevato fenomeni di illegalità nella gestione dell’accoglienza della Molise Vacanze?

È un’azienda grande, che negli ultimi anni si è espansa rapidamente nel settore dell’accoglienza. In generale, sono molte le infrazioni che ho rilevato. Uomini, donne e famiglie vengono ospitati in centri misti, cosa che è contro la regolamentazione. Inoltre, la mancanza di organico fa sì che gli e le ospiti vivano in una sorta di autogestione. Alcune ragazze si prostituiscono regolarmente. Tutto ciò mostra come l’accoglienza per la Molise Vacanze sia un business e  non una missione sociale.

Dalle conversazioni con gli e le ex dipendenti e dai giornali locali ho appreso  di numerose proteste da parte dei ragazzi ospitati nei centri di Roccasecca e Cassino. Come sono andate le cose?

A  Roccasecca le proteste sono iniziate a novembre del 2017. Le motivazioni erano lamentele diffuse per il cibo di cattiva qualità e il pocket money sempre in ritardo. Già in quel periodo c’era odore di revoche nelle strutture. In quel periodo i ragazzi ospitati nel Cas di Roccasecca sono venuti a Cassino. Volevano andare in commissariato a denunciare la loro condizione.

Poco dopo le proteste, il coordinatore della struttura, sotto direttiva di un responsabile della direzione aziendale, ha scritto una relazione indirizzata alla Prefettura in cui imputava a tre dei ragazzi comportamenti aggressivi e inidonei all’accoglienza. Questi sono stati i primi tre revocati, a dicembre. Un ragazzo del Ghana, uno della Guinea e uno del Camerun. Questo per quanto riguarda il Cas di Roccasecca.

A Cassino le cose non sono andate diversamente. In dicembre un ex dipendente ha denunciato su Facebook le condizioni del centro “Dimora Cassino”. Sono stati ascoltati altri ex dipendenti, dovrebbe esserci un’indagine in corso. I ragazzi di Cassino hanno protestato a gennaio di quest’anno. Dopo una discussione con la direttrice del centro, sono andati in commissariato: qui sono stati accolti e ascoltati. Il vice commissario di Cassino ha detto loro che in 15-20 giorni si sarebbe trovata una soluzione. C’era l’ipotesi di un trasferimento dei ragazzi in un’altra struttura. Stanno ancora aspettando di avere novità. Nel frattempo, a febbraio è arrivata una revoca e un preavviso di revoca.

Qual è il meccanismo che sta dietro le revoche? Cosa le provoca? E cosa comporta l’uscita dall’accoglienza?

Abbiamo osservato che per tutti i revocati il meccanismo è lo stesso. C’è un operatore o un’operatrice che scrive una relazione in cui denuncia aggressività o fenomeni di violenza da parte di un ragazzo. Questa relazione finisce in Prefettura, accompagnata alla richiesta di revoca per comportamenti non idonei ai centri di accoglienza. Le prefetture non si fanno molti problemi a dare seguito a queste richieste. I ragazzi vivono in uno stato di profonda precarietà, sono sotto continua minaccia. E gli operatori non si rendono conto che hanno in mano la loro vita.

Io seguo anche questo tipo di ricorso, ma generalmente la giurisprudenza non è molto favorevole. E in queste situazioni non si può fare la “reiterata”, cioè il richiedente non può fare richiesta di rientro nell’accoglienza. Le revoche alimentano un grosso problema che sta per esplodere, quello dei transitanti. Il problema è che queste persone sono in mezzo alla strada: non rientrano nel sistema di accoglienza e non ci sono abbastanza alloggi per i transitanti. In più non sono seguiti a livello legale.

Ma la Prefettura non dovrebbe chiedere al richiedente la sua versione dei fatti prima di dare seguito al procedimento?

In teoria sì, ma la Prefettura si può appellare alla supposta gravità della situazione per avviare un procedimento di emergenza. È così che va generalmente.

Cosa è successo ai ragazzi a cui è stata revocata l’ospitalità nei centri di Cassino e Roccasecca?

Le revoche sono arrivate a partire dai mesi d’inverno, faceva freddo e temevamo che rimanessero in strada. Uno di loro fa lavori di manutenzione presso un ristorante di Roccasecca. La proprietaria ha una casetta nei pressi del ristorante, ora lui vive lì. Un altro è ospite di un amico. Per un altro non abbiamo trovato una sistemazione: ci siamo rivolti alla Casa della Carità ma non avevano posto. L’impressione è che tendano a non ospitare più migranti in emergenza per lasciare posto agli italiani in difficoltà. Attualmente, si sostenta grazie alla solidarietà degli altri ospiti del centro. Alcuni di loro gli procurano da mangiare e gli danno parte del proprio pocket money. Lo aiutiamo anche noi, io e ex dipendenti della Molise Vacanze con cui è rimasto in contatto.

Per tutti e tre seguo le loro questioni legali legate alla richiesta di asilo e ho fatto ricorso per annullare il procedimento di revoca. Staremo a vedere: ma anche se le cose andranno per il meglio, i tempi sono molto lunghi.

Quali sono le condizioni di vita dei ragazzi che non sono nel sistema di accoglienza nella zona di Cassino?

Cassino è un grosso snodo tra Roma e Napoli, questa zona è densamente popolata e molto complessa. Qui si muovono poteri forti, politici e religiosi. Ogni cooperativa ha un suo politico di riferimento. Personaggi politici che si espongono con le prefetture per fare gli interessi delle cooperative. Ci sono stati anche fenomeni di reazione alla cattiva accoglienza messa in campo. Per esempio, c’è un ghanese che ha messo su un ostello abusivo, dove chi non sa dove andare può alloggiare. Ma non pensare a un gesto di carità, è un business anche questo. Chi invece non ha i soldi neanche per pagarsi una stanza dell’ostello, dorme in una vecchia fabbrica di vernici abbandonata. Qui alcuni ragazzi si prostituiscono, un residente è psichiatrico e alcolista. Si è ammalato di accoglienza.

Cosa intendi?

Me lo ricordo anni fa, aveva molta voglia di fare, di lavorare. Ma ha sempre lavorato in nero, e la paga era bassissima, non è mai riuscito a diventare economicamente autonomo. Il sistema di sfruttamento senza soluzione di continuità produce delle situazioni irrecuperabili.

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